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Coronavirus e la trasformazione delle nostre citta’

Ci sono aspetti che si ricorderanno quando un giorno il coronavirus sarà sui libri di storia, nei racconti, al tempo passato. Per ora è al presente, con un carico di incertezze e di destabilizzazione. Cosa succederà domani? Cosa diranno i bollettini stasera? L’Italia rovente di una febbre sconosciuta si adegua alle straordinarie misure. Le città cambiano aspetto. Roma è ferragostana vero, ma non c’è quell’atmosfera di placido riposo, quella che viene dopo un anno di lavoro, con l’eco degli aperitivi al mare, delle passeggiate in macchina fino al litorale, delle foto dai posti lontani che fanno anche un po’ invidia. Dentro casa, appartamenti spesso trasformati in uffici, con i computer accesi e i telefoni che squillano. Arriverà un giorno in cui si ripenserà alla prima volta che per uscire di casa è servita un’autodichiarazione. Che poi le discussioni infinite sui social, sulle passeggiate, le sigarette, la corsetta da soli e in posti sperduti, è tutto un esercizio per passare il tempo il più delle volte, ma si fa con passione, per carità, poi alla fine quello che conta è starsene a casa. Ogni decreto, una reazione emotiva. Con la prima stretta, file gigantesche ai supermercati in piena notte. Con il secondo decreto, nella confusione tutti in ansia ai distributori automatici di sigarette, per poi scoprire che i tabaccai sono rimasti aperti. Sì, è così fa effetto. Da un giorno all’altro le entrate contingentate ai supermercati, le persone con le mascherine, non è un film distopico. È la nostra città. La città di tutti in ogni angolo d’Italia, senza pensare al nord, al nord poi è un dramma. I lampeggianti delle forze dell’ordine, della polizia locale, la sera per i controlli. Il megafono dalle macchine di pattuglia in pieno giorno, “rispettate la distanza di sicurezza”. L’altro giorno a Guidonia una via Roma deserta, le serrande abbassate, i commercianti chi li aiuterà? Sarà compito di ognuno appena si finirà di trattenere il respiro, dare un contributo, a parte lo Stato s’intende. Così è marzo di una primavera impensabile, con una pandemia costellata di numeri che incupiscono, marzo ossessionato dai vademecum, dalle regole, con le mascherine andate a ruba, i prezzi degli sciacalli e la voglia di sconfiggere la battaglia che è diventata una guerra. “Andrà tutto bene”, i genitori costretti a tenere i bambini a casa h24, postano foto sui cellulari, nei social, scritte fatte sui tavoli delle sale da pranzo e poi appese sui balconi, sulle ringhiere dei giardini, una persino dalla finestra dell’ospedale di Tivoli. Una speranza che fa i conti con la realtà, ma non si arrende.

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